di Paolo Maroncelli
Il giorno in cui me lo dissero il sole pareva affogato nel grigiore di un cielo immobile, freddo, praticamente morto. Era tutto congelato in un attimo di banale quotidianità, eppure tutto aveva un sapore indescrivibilmente diverso, a partire dalle automobili parcheggiate confusamente lungo il marciapiede fino ad arrivare al mendicante che importunava con insistenza ogni passante. Persone che zompettavano velocemente senza degnare di un solo sguardo nulla che non fosse la fermata dell’autobus, o il centro commerciale o un punto indistinto lungo il proprio cammino. Freddi anche loro come l’aria gelata.
Ma quella mattina no. Scrutavo con avidità ogni sguardo, lo penetravo a fondo e coglievo tutti i movimenti impercettibili che indicavano ansia, paura, gioia, eccitazione… anche i movimenti del barbone erano sempre diversi… e il colore del cielo era tutt’altro che uniforme. Non freddo. Non morto. Semplicemente sé stesso, come non sarebbe stato in altre parti della città.
Nel tardo pomeriggio mi dissero ciò che non avrei immaginato: c’era un’alternativa. Avrei anche potuto continuare a vivere, se avessi voluto.

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